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Pescara, bruciato circolo
di Rifondazione comunista

(comunicato stampa Giovani comunisti Pescara)

È strano, ieri era una giornata di festa e cercavo di trascorrerla come tutte le giornate di festa: svegliandomi tardi, aspettando di poter vedere gli occhi più belli del mondo, tentando di mettere on-line un sito. Una telefonata, Corrado, il sangue che mi si gela nelle vene, hanno messo fuoco alla Gramsci di Pescara, il mio circolo, anche se mi piace pensarlo più come il luogo fisico dove le/i giovanicomuniste/i pescaresi, moltitudine brancaleone sorridente ed ostinata, fanno il mercatino dei libri usati, si ritrovano la sera quando la temperatura scende ed i prezzi del divertimento salgono, una stanza piena di manifesti e risate, di sogni e cazzate. La festa è finita.

Come altre volte le mie gambe vengono prese da un irrefrenabile tremolio, pensare che da quando ero tornato da Roma mi ero convinto che il mio attivismo politico ne avesse guadagnato in tranquillità. Tremolio o no, mi precipito alla Gramsci, un tiro di schioppo dalla federazione. I muri sono tutti neri, l'intonaco del soffitto è venuto giù, i libri sono tutti bruciati, così come le sedie, i manifesti, le bombolette di panna spray da ingorde/i (le/i giovanicomuniste/i sono golose/i) sono saltate in aria e sparse ovunque, i calcinacci del muro a terra rendono al meglio l'idea della distruzione. Non mi sono mai lasciato affascinare dai miti (da laico quale sono) ma una cosa mi fa venire la pelle d'oca: il ritratto di Lenin a terra, sembrava una istantanea già vista in mille foto degli anni '20, quelle che ritraevano le case del popolo date alle fiamme dai "neri". Un particolare, la cornice è bruciata, il vetro è esploso per il calore ma lui è lì, il fuoco gli è passato sopra e gli ha bruciato solo il bavero della giacca, sorrido, penso al gigante della poesia di Majakowskij.

Poesie, sicuramente chi usa il fuoco come strumento di lotta politica non le ama.

Il via vai di compagne/i, di sorelle e di fratelli continua senza sosta tra il circolo e la federazione. Ci si organizza, bisogna rispondere, anche con le poesie, a chi vuole tapparci la bocca. La Gramsci non muore, oggi si fa festa, come abbiamo imparato dallo zapatismo, il dolore e la paura non li teniamo dentro, li condividiamo con il mondo, con quella grande sorella che è la società civile.

La Gramsci non muore, ieri sera pioveva, la vernice rossa ha macchiato un'intera città. Tutti i simboli della teppaglia nera, utili idioti come sempre nelle mani dei prepotenti con il denaro nelle tasche, scompaiono.
Negli occhi, mentre la pioggia scende sulle teste riparate alla meglio di chi si muove velocemente per la città con lo spray in mano, tornano i ricordi di una vita, di mille vite: le lotte nelle scuole, le manifestazioni, quel maledetto corteo silenzioso sul lungomare il 22 luglio 2001, i blocchi stradali all'inizio della guerra globale permanente e quelli contro il terzo traforo. Una comunità ribelle, figlia della nostra terra, a volte generosa come il mare, a volte aspra come le montagne, è stata aggredita da chi si nasconde, senza un volto e senza la parola, nell'oscurità. Volevano zittirci, hanno invece spazzato via tutte le nostre stanchezze, tutti gli scazzi, tutte le amare discussioni sul "cambiamento di fase", sul declino dei movimenti, verrebbe quasi da ringraziarli, quegli idioti ma non ci sperino troppo.

Qui nessuna/o molla, come diceva Vitaliano Ravagli in Giap, avanti tute bianche, perdio, avanti. Con i nostri corpi ed i nostri sorrisi.

Nicola Maiale
Giovanicomuniste/i * Pescara

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