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Libertà di spazi-are

In the center of Genoa, European Capital of Culture 2004, it’s hard to conquer alternative social spaces

Daniele di Pompeo. Lab.Buridda, il laboratorio sociale occupato che dà bella mostra di sé e delle sue attività nel pieno centro di Genova, ha doppiato la boa dei sei mesi di vita. Le difficoltà sono state tante, e il futuro ancora altre ne prospetta, visto che cercare spazi per movimento, per intelligenze e saperi, dal basso, in un comune che ha mandato i suoi messi ripetute volte a Porto Alegre e si appresta ad assumere il ridondante epiteto di Capitale della Cultura Europea, risulta essere ancora tabù.

L’amministrazione Pericu non ha mai accettato di buon grado la nascita di questo strano agglomerato di forze e pensieri, che, come spesso è ribadito dagli occupanti, non vuole rappresentare la nuova generazione dei centri sociali, ma piuttosto una nuova idea di casa del popolo; soprattutto non ha mai gradito che Lab.Buridda puntasse l’indice su una nota dolentissima della vita nella Superba: la ricerca e l’uso di spazi di vita nel centro della città.

Perché questo è uno dei motivi fondamentali che hanno portato, l’11 maggio scorso, una serie di soggetti ad impossessarsi di un palazzone con giardino, di proprietà pubblica, abbandonato da alcuni anni, appena sotto i quartieri bene di Genova, a poche centinaia di metri in linea d’aria da Palazzo Ducale. Chi ha occupato ha voluto urlare la necessità di trovare ambienti in cui costruire la propria esistenza, al di fuori dell’immagine da cartolina che si vuole dare del capoluogo ligure praticamente dai tempi delle colombiane, e l’ha voluto fare proprio nel centro della città, in quel cuore fatto di commercio ed apertura ai turisti dove ormai la possibilità di muoversi e di vivere il territorio è vincolata dalle occasioni di spesa. Le quali possono essere trovate tanto nei negozi, quanto nei locali di cui il centro storico è sempre piú; costellato, tanto nei musei quanto nelle multi sala che spuntano prepotenti e volgari. Ma ormai, nell’ombelico della città, incontrarsi, fare, vivere, è precluso a chi non può o non vuole portare guadagno a qualcun’altro.

Cosí, poco sopra la via che porta verso una Piazza De Ferrari ridisegnata completamente per accogliere George il texano —nel luglio 2001— dietro alla strada che ospita due dei principali teatri genovesi, è iniziata a scorrere la vita, sui cinque piani di una ex facoltà di economia e commercio. Laboratori teatrali, sale prove musicali, una radio (al momento zittita da una scandalosa operazione della polizia postale), un bar, una palestra, un cinema in prima visione, un laboratorio hacker con corsi di GNU-Linux, insieme alla ricchezza delle decine di associazioni e gruppi che hanno deciso di collaborare, stanno mettendo un tarlo sempre piú fastidioso nelle orecchie degli abitanti: è davvero impossibile esprimersi senza vincoli e far vedere la propria arte, il proprio lavoro, la soddisfazione dei propri bisogni, vivendo dentro il centro, e lavorando attraverso i suoi ritmi, in una città che aspira ad essere metropoli, e che vuole esserlo proprio a partire dall’immagine del suo nucleo? Evidentemente, la strada è praticabile. E le riunioni dei forum sociali, piuttosto che le jam session jazzistiche del martedì sera, o gli spettacoli teatrali, o i dibattiti, o i corsi gratuiti di informatica o di arti marziali, insomma tutto quanto si trova al Lab.Buridda, sembrano dimostrare che sia pure ampia.

[Daniele Di Pompeo, articolo pubblicato su Work-Out, 2003]

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